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Osservasalute 2008: le due "italie" della sanità

www.ilsole

3 marzo 2009

In un'Italia che appare sempre più divisa sul versante sanitario, con l'ulteriore miglioramento delle Regioni, soprattutto al Nord, che già governano bene la propria sanità e, al contrario, con l'aumento delle criticità di quelle Regioni, al Sud (ma anche al Centro), che devono colmare ritardi strutturali enormi, gli italiani appaiono invece sempre più uniti nelle cattive abitudini e nei fattori di rischio per i big killer del Paese (malattie cardiovascolari e tumori). Infatti, il giro-vita degli italiani continua a lievitare in tutte le Regioni e, al contrario di quanto sarebbe auspicabile per contrastare la piaga dell'obesità, sono addirittura diminuiti quelli che praticano sport. E non è tutto, si vanno diffondendo mode tutt'altro che salutari, come quella dell'aperitivo alcolico, che ha fatto crescere ancora di più il consumo di alcol fuori pasto, unitamente al consumo di snack e altri " stuzzichini" poco salutari.

Ma per il resto in questi anni di transizione verso un federalismo maturo sono apparse sempre più nitide le due " Italie" della sanità. Un'evidenza notevole di questa divaricazione si osserva se consideriamo la quota di PIL che ciascuna Regione spende in sanità: mentre le regioni del Sud sono costrette a dedicare quote molto elevate del loro Pil all'assistenza sanitaria (fino all'11% in Molise, più del 9% in Calabria), regioni come la Lombardia soddisfano il diritto all'assistenza sanitaria dei cittadini con meno del 5% proprio reddito (dati 2005), consentendo un utilizzo più razionale delle risorse finanziarie regionali.

Ma la spaccatura del Paese si capta distintamente anche andando ad analizzare i tassi di ospedalizzazione, segno che mentre nelle regioni virtuose si cominciano a cogliere i frutti delle politiche, messe in atto negli ultimi anni, di prevenzione, grazie all'avvio di campagne mirate su alcuni fattori di rischio rilevanti tra cui quello cardiovascolare e politiche di sviluppo delle cure primarie per il buon uso dell'ospedale, nelle altre si pagano le conseguenze dell'assenza di questo tipo di programmazione. Infatti, sebbene, come già evidenziato nel precedente rapporto Osservasalute, i tassi di ospedalizzazione complessivi tendano a una lieve diminuzione sia per i ricoveri in regime ordinario che per quelli in regime Day Hospital, vi è una frequenza ancora troppo elevata del ricorso all'ospedalizzazione in molte regioni, soprattutto per quelle del Sud e ciò è indice di un'ancora scarsa azione sul territorio basata su prevenzione e cure primarie, con conseguenti sprechi e inappropriatezza dei ricoveri.

È la situazione che emerge dalla sesta edizione del Rapporto Osservasalute (2008), un'approfondita analisi dello stato di salute della popolazione e della qualità dell'assistenza sanitaria nelle Regioni italiane presentata oggi all'Università Cattolica. Pubblicato dall'Osservatorio Nazionale sulla Salute nelle Regioni Italiane che ha sede presso l'Università Cattolica di Roma e coordinato dal Professor Walter Ricciardi, direttore dell'Istituto di Igiene della Facoltà di Medicina e Chirurgia, il Rapporto è frutto del lavoro di 266 esperti di sanità pubblica, clinici, demografi, epidemiologi, matematici, statistici ed economisti distribuiti su tutto il territorio italiano, che operano presso Università e numerose istituzioni pubbliche nazionali, regionali e aziendali (Ministero della Salute, Istat, Istituto Superiore di Sanità, Consiglio Nazionale delle Ricerche, Istituto Nazionale Tumori, Istituto Italiano di Medicina Sociale, Agenzia Italiana del Farmaco, Aziende Ospedaliere ed Aziende Sanitarie, Osservatori Epidemiologici Regionali, Agenzie Regionali e Provinciali di Sanità Pubblica, Assessorati Regionali e Provinciali alla Salute).

Sul versante economico finanziario le regioni del Sud sono costrette a dedicare quote molto elevate del loro PIL all'assistenza sanitaria (fino all'11% in Molise, più del 9% in Calabria), mentre regioni come la Lombardia soddisfano il diritto all'assistenza sanitaria dei cittadini con meno del 5% proprio reddito (dati 2005).

Le regioni spendono, in termini pro capite, cifre molto diverse per l'assistenza sanitaria. Dai 1.581 euro in Calabria ai 1.918 del Molise, fino ai 2.200 per la Provincia Autonoma di Bolzano. È interessante notare che nonostante tutto la spesa pro capite stia aumentando, segno di un continuo impegno a livello nazionale nell'investimento per la salute dei cittadini. Tra il 2006 e il 2007 la spesa sanitaria pro capite è passata da 1.692 a 1.731euro.

Guardando i valori della spesa sanitaria procapite, pesati in base al fabbisogno stabilito annualmente con delibera CIPE, questa tendenza all'aumento del livello di spesa resta confermata, ma presenta tre eccezioni significative: Lazio, Sicilia e Liguria, tre regioni tra quelle in " difficoltà" e, quindi, soggette ai piani di rientro. La spesa è, invece, aumentata in modo significativo (circa del 5%) in Lombardia e Veneto, ma soprattutto in Friuli Venezia Giulia. Nonostante questo incremento il Friuli Venezia Giulia mantiene un " avanzo" nei conti della sanità (+20 euro pro capite nel 2007).

Le differenze nella spesa pro capite non mostrano alcun gradiente Nord-Sud, fenomeno che, invece, si manifesta analizzando i disavanzi. Sicilia, Campania e Lazio, nonostante gli sforzi, hanno un disavanzo che complessivamente rappresenta circa l'83% del disavanzo accumulato a livello nazionale e tutte le regioni del Sud hanno un risultato negativo anche nel 2007, accompagnate da Piemonte, Liguria e VDA.

A livello medio nazionale però, a partire dal 2004, il disavanzo pro capite si è progressivamente ridotto: si è verificato un dimezzamento (da 110€ nel 2004 a 54 euro nel 2007); a livello regionale solo in Molise, Puglia, Valle d'Aosta e Abruzzo il disavanzo pro capite del 2007 è superiore a quello del 2004. Nel confronto con il 2006, la maggior parte delle regioni ha visto ridursi i propri disavanzi pro capite, con punte proprio nel Lazio e in Sicilia.

" In otto anni di " transizione federalista" dall'accordo dell'8 agosto 2001 abbiamo assistito, e lo abbiamo testimoniato attraverso il Rapporto Osservasalute negli ultimi 5 anni, alla progressiva divaricazione tra le Regioni soprattutto in un gradiente Nord-Sud", ha spiegato il professor Americo Cicchetti, ordinario di Organizzazione aziendale alla Facoltà di Economia dell'Università Cattolica.

Oggi, la presenza di un sistema di perequazione, porta a ridistribuire tra le regioni questo effetto che è disincentivante per l'economia soprattutto delle regioni del Sud. Ma nella prospettiva dell'abbandono del sistema della perequazione (originariamente fissata al 2013 dal D. lgs 56/00), queste differenze si faranno sentire sulle economie delle singole regioni, ha aggiunto il professor Cicchetti.

In linea generale, lo stato di salute degli italiani è complessivamente buono, ma aumenta la differenza tra macroaree geografiche, tra singole regioni e tra uomini e donne. Già dalla fotografia dell'Italia nel Rapporto dell'anno scorso emergevano forti differenze nello stato di salute, nella copertura dei servizi, nella gestione ed integrazione delle attività socio-sanitarie, nella capacità di investimento e di sviluppo in ciascuna singola area del Paese e nelle diverse regioni e Province Autonome.

Quest'anno questa tendenza è ancora più forte e rappresenta il filo conduttore per comprendere ed interpretare il nostro o, meglio, i nostri sistemi sanitari.

«Il quadro che emerge del nostro Paese è caratterizzato da molti aspetti positivi, con una dinamica che vede tutte le regioni italiane finalmente attive nel cercare di migliorare i propri servizi – ha commentato il professor Ricciardi. Nondimeno si osserva che alcune di queste sono ancora in notevole ritardo nell'adozione di misure rigorose e razionali per dare risposte adeguate ai complessi problemi che le coinvolgono e, al momento, restano prive di un sicuro punto di riferimento centrale per essere supportate in questo necessario sforzo di miglioramento».

«Sia i miglioramenti che i peggioramenti avuti nello stato di salute e nella erogazione dei servizi tra i sistemi sanitari regionali negli ultimi sei anni sono rimasti tali nelle loro tendenze evolutive» ha precisato il professor Ricciardi.

«Il Rapporto consente di individuare alcune priorità su cui si dovrebbe basare una rigorosa politica sanitaria per il nostro Paese – ha concluso il professor Ricciardi: iniziare a valutare in modo obiettivo i risultati dell'assistenza, verificando soprattutto l'appropriatezza di molte prestazioni; organizzare e governare l'assistenza territoriale, attraverso la definizione di percorsi di cura con finalità di governance clinica; sviluppare politiche socio-sanitarie di attenzione e protezione delle condizioni di fragilità sociale che si ripercuotono negativamente sulla salute dell'individuo, della famiglia e della collettività; migliorare le attività di programmazione sanitaria, per far fronte ad uno scenario in cui aumentano vertiginosamente bisogni socio-sanitari e domanda di servizi a fronte di risorse sempre più scarse».

Ulteriori informazioni sul sito internet www.osservasalute.it

Aggiornata il 16 maggio 2013