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Cardiologia. Come trasformare una città in un modello di prevenzione: il caso Ferrara

www.quotidianosanita.it

31 agosto 2016

31 AGO - L’ambiente, anche inteso come la città dove viviamo, può essere fortemente patogeno. Inquinamento, mancanza di spazi verdi o anche solo di marciapiedi per camminare, mangiare fuori casa, magari junk food a basso costo, sono tutti fattori che contribuiscono a minare la salute. Per questo l’idea di trasformare una città in una cittadella della prevenzione è un progetto al quale prestare attenzione.

Secondo gli esperti, fino all’85% delle malattie cardiovascolari e il 40% di quelle oncologiche possono essere evitate conducendo uno stile di vita sano. Motivo in più per fare qualunque sforzo in quella direzione.
Da queste premesse nasce l’idea di trasformare Ferrara in una sorta di ‘role model’ per dimostrare che la vita cittadina può favorire un corretto stile di vita e insegnare la prevenzione a tutto il mondo. Il progetto pilota ‘Città della prevenzione’ partirà a settembre da qui, ma si spera possa coinvolgere presto diversi altri comuni italiani.

L’entusiasmo del professor Roberto Ferrari, past president della Società Europea di Cardiologia e ordinario di cardiologia dell’Università di Ferrara, ha contagiato prima il suo ateneo, poi tutta la città. Per la prima volta al mondo un’intera città verrà cablata per raggiungere in modo capillare tutta la popolazione con un progetto educativo di sensibilizzazione alla prevenzione. Si parte dal calcolo del rischio cardiovascolare per tutti i cittadini e si prosegue con corsi e lezioni sui corretti stili di vita con linguaggio e strumenti adeguati alle diverse fasce d’età. Particolare attenzione verrà posta al monitoraggio dell’aria e dell’acqua, promuovendo l’utilizzo delle energie ‘pulite’.


Il tutto grazie ad un lavoro di squadra che coinvolge comune, istituzioni cittadine, fondazioni, università, ASL e gruppi privati.

“Tutte le epidemie – ricorda il professor Ferrari – anche quelle infettive non si sono mai vinte con i farmaci ma modificando le abitudini di vita. Purtroppo si investe molto poco in prevenzione, in Europa appena il 3% della spesa sanitaria complessiva e in Italia ancora meno. Abbiamo deciso quindi di passare dal dire al fare, mettendo su un team work della prevenzione. Il nostro è un progetto cittadino che coinvolge tutta l’università”. La facoltà di fisica progetta le fibre del fotovoltaico, quella di architettura disegna marciapiedi e zone pedonali, quella di chimica studia sensori per il monitoraggio dell’aria, quella di matematica ha messo a punto una ‘app’ dedicata a questo progetto, attraverso la quale ogni cittadino potrà calcolare il suo livello di rischio e verrà preso in carico in tempo reale per gli eventuali interventi necessari. Sul fronte medico, oltre all’università sono coinvolte nel progetto ‘Città della prevenzione’ anche ASL e medici di famiglia e naturalmente anche il Comune farà la sua parte.

“Da settembre – prosegue Ferrari – in ogni scuola esperti cardiologi ed oncologi terranno delle lezioni su argomenti di prevenzione (fumo, dieta, attività fisica, vaccinazioni) e corsi ad hoc verranno organizzati per gli over65 anche nei centri anziani. Di fronte al Palazzo dei Diamanti alcuni ambienti sono stati adibiti a ‘Casa della Prevenzione’, un centro universitario dove si insegna a cucinare con gusto ma in modo sano, si organizzano camminate e si insegna a calcolare il livello di rischio individuale. Si farà prevenzione anche nelle piazze con un motorhome attrezzato.”

Le aspettative per questo progetto sono molto grandi e Ferrara si presenta con le carte in regola e con i giusti numeri: 133 mila abitanti, 29 scuole elementari, 11 medie e 11 superiori, 1 università e un centro di ateneo per la Prevenzione della Salute Sociale, Medica e Ambientale. A questo si aggiunge una vocazione inveterata all’attività fisica; a Ferrara ci si muove abitualmente in bicicletta e i suoi 9 chilometri di mura medievali sono un posto dove la gente va a correre o a passeggiare. Il territorio infine produce frutta e verdura in abbondanza e dal mare arriva il pesce azzurro, ricco di omega 3.

“E’ ampiamente dimostrato – sottolinea il professor Francesco Romeo, presidente della Società Italiana di Cardiologia, che promuove il progetto – che modificare le abitudini sbagliate, anche nella terza età, riduce i rischi e migliora la salute. Lo studio Interheart, condotto in 33 Paesi, ha dimostrato che se riuscissimo a cambiare gli stili di vita e quindi a modificare i classici fattori di rischio cardiovascolare, potremmo prevenire fino al 90% delle malattie cardiovascolari. La SIC sponsorizza questo progetto e lo osserva con molta attenzione per poterlo esportare anche in altre città”.

Fare prevenzione per le malattie cardiovascolari riduce anche il rischio di sviluppare un tumore. “Gli stili di vita sani riducono il rischio di tumori del 40% - sottolinea il professor Francesco Cognetti, presidente della Fondazione ‘Insieme contro il cancro’. Il fumo di sigaretta è il fattore di rischio più noto, ma anche la sedentarietà (il 40% degli italiani non fa attività fisica), un’alimentazione scorretta (il 20% non consuma una dieta mediterranea) e l’abuso di alcol (un ragazzo su 5 sotto i 19 anni è consumatore abituale) svolgono un ruolo importante. Negli ultimi 40 anni – prosegue l’esperto – la mortalità per tumore si è ridotta del 25% ma l’incidenza è in aumento, anche grazie ai progressi nel campo della diagnosi. Il cancro rappresenta un problema sociale importantissimo, anche per il costo dei farmaci innovativi che ha portato qualcuno a parlare di financial toxicity. Dobbiamo fare ogni sforzo possibile per arrestare questa epidemia, altrimenti non riusciremo più a sostenere i costi delle cure”.

Maria Rita Montebelli

Aggiornata il 5 settembre 2016